IL GRANDE IMBROGLIO


(come anestetizzare la ragione)

   

Il grande imbroglio è l’averci fatto credere che con l’aborto si è ancora in tempo per risolvere una gravidanza indesiderata, perché se non si può uccidere un bambino appena nato, lo si può invece fare nei primi mesi di gravidanza. Ci hanno fatto credere che l’esistenza in quei primi mesi non è vita umana e non ha niente a che fare con il bambino che nascerebbe, nascondendoci invece che quei piccoli esseri umani si muovono sicuri nelle acque materne. Con queste storie e queste omissioni hanno sopito la nostra capacità di ragionare, illudendoci che c’è una semplice via d’uscita, una soluzione facile e lecita per superare il trauma iniziale della novità che ci ha coinvolto…

“C’era una volta un mucchietto di cellule, invisibili ad occhio nudo, che incontrarono il Gatto e la Volpe e crearono loro delle difficoltà; ma poi arrivarono dal governo Qui Quo Qua, che grazie alla Fata Turchina in camice bianco risolsero tutto con l’IVG…”

Un inizio di favola così sconclusionata potrebbe riassumere le tante convinzioni sbagliate in tema di aborto. Una favola non sense, piena di contraddizioni, che nella sostanza certi intellettuali disinformati continuano a raccontarci all’infinito per sminuire la realtà e renderla accettabile.

In essa si nasconde innanzitutto il vero nome delle cose, sostituendo la parola aborto, troppo chiara, con IVG, Interruzione Volontaria di Gravidanza, termine dal tono professionale e politicamente corretto coniato appositamente per non creare disagi e non sollevare obiezioni di natura etica. Si continua col definire “mucchietto di cellule” l’essere umano all’inizio della vita, per farci sentire in pace con la coscienza e aiutarci ad eliminare rapidamente il “problema”. Poi si rende invisibile il soggetto, censurando accuratamente le immagini delle vittime (ossia dei feti abortiti), in modo da toglierci la possibilità di riconoscervi dei tratti umani e scoprire che quello che viene considerato “un niente”... proprio niente non è. Infine, con la legge 194, si aggiunge il timbro solenne dello Stato, che approva il tutto contribuendo a trasformare la zoppicante storiella in verità sacrosanta, evitandoci lo sforzo di pensare se sia vera o meno.

Raccontata così la questione sembrerebbe davvero semplice. Invece è una tragedia. Una grandissima tragedia nascosta.

A tali imbonitori, i quali evidentemente non vedono e non sentono cosa accade attorno a loro, è bene ricordare che la favola dell’aborto facile oggi non convince più.

Una gravidanza indesiderata è una realtà difficile che non si può aggirare con tanta superficialità, spingendo una madre sempre nella stessa direzione dal bivio in cui si trova, con conseguenze che non immagina neppure.

Anche perché le alternative esistono e andrebbero presentate, ma raramente viene fatto.

Spesso, infatti, si arriva all’aborto senza mai incontrare un’offerta d’aiuto, un sostegno, un invito alla riflessione. Così lo si accetta senza rendersene conto, rimuovendo domande e dubbi, soprattutto il dubbio principale: “ma l’aborto è un omicidio o no?”

Per dare una risposta a questa domanda e non commettere errori fatali si deve allora ricominciare ad usare la ragione, uscendo da quei luoghi comuni che ci hanno anestetizzato il cuore e la mente, facendoci credere che un embrione è una parte del corpo della madre al pari di un’unghia! Ma come fare?

Facciamo un passo indietro e pensiamo un momento alla nostra vita.

Pensa in particolare alla tua personale esistenza

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All’inizio sei stata ciò che comunemente si definisce “embrione”, una creatura che cresceva protetta nel liquido amniotico dentro il corpo di mamma. Poi un giorno sei uscita dal grembo materno e hai visto la luce. Bene. Senti di poter affermare, nel profondo del tuo cuore, che dentro la pancia di tua madre non eri tu? Che quella creatura in crescita non aveva assolutamente niente a che fare con te? Credi sia possibile che poco prima di venire alla luce tu eri solo una cosa, un oggetto non umano? Qualcosa di separato dalla tua attuale esistenza?

Riflettere su questo aiuta già a dipanare le idee, ma poi purtroppo ci viene in mente una legge che parla di “tempi” della vita, di possibilità di fermarla entro le prime dodici settimane se la donna “accusa circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comportino un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica (art 4 della legge)”, e così torna un po’ di confusione.

Partendo dal presupposto che secondo tale legge si dovrebbe accedere all’aborto solo in caso di “serio pericolo psico-fisico” e che quindi l’uso anticoncezionale sarebbe illegale (art 1 “...non è mezzo per il controllo delle nascite”), si dovrebbe ragionare bene su questi tempi, dato che vengono espressi con precisione.

A parte la quasi impossibilità nello stabilire esattamente il giorno e l'ora della fine del terzo mese in cui scatta il divieto, come si fa a spiegare cosa accade in quella creatura un giorno, un'ora, un minuto dopo quel fatidico giorno in cui per legge non può più essere soppressa? Perché un minuto o un secondo prima può essere uccisa e un minuto o un secondo dopo non lo si può più fare? Cos’è cambiato?

Ovviamente non c’è risposta, perché un istante prima o dopo quel momento spartiacque, in quello stesso essere, non può esserci alcuna differenza. Era ed è la stessa creatura vivente. E così se è chiaro che è ininfluente il trascorrere di un attimo, sappiamo anche che uniti tra loro gli attimi diventano minuti, ore, giorni, mesi. Perciò se andassimo indietro secondo dopo secondo, ora dopo ora, giorno dopo giorno, arriveremmo a stabilire che il diritto alla sopravvivenza parte dal momento del concepimento e che le ipotesi di una vita che diventa tale solo dopo alcune settimane si rivelano assolutamente prive di senso.

Lo sviluppo biologico, infatti, a partire dal concepimento non conosce interruzioni e non termina neanche con la nascita, dato che si continua a crescere fino all’adolescenza.

Quindi ciò che era prima di nascere e ciò che è nato sono la stessa cosa. Embrione, feto, neonato, bambino, adolescente, giovane, adulto, anziano, vecchio, sono solo diversi nomi che indicano lo stesso soggetto, lo stesso uomo. La differenza allora tra i bambini che sono nati e quelli che non sono ancora nati non è la loro natura, ma il luogo (essere nell'utero ed esserne fuori) e la loro misura. Questa è logica e scienza, il resto sono solo chiacchiere menzognere!

A sostegno di questo ragionamento, che ci fa cogliere l’enorme ingiustizia celata nella soppressione di una vita rea solo di non aver ancora raggiunto un’età da noi stabilità, è bene ricordare che la maggior parte dei medici ginecologi arrivano alla nostra stessa conclusione con l’esperienza, perché sanno bene o hanno visto cos’è un aborto e decidono, diventando obiettori, di non sporcarsi mani e coscienza col sangue di esseri umani indifesi.

Perfino importanti chirurghi abortisti hanno cambiato idea e si sono pentiti amaramente di ciò che avevano compiuto finora dopo un attento studio scientifico del feto, effettuato con le nuove tecnologie. Scoprendo e documentando anche la sofferenza e il tentativo di fuga del piccolo essere umano nel momento in cui viene smembrato per poter essere risucchiato via dal grembo materno!

Altro che appendice del corpo senza valore…

Non arrivare a doverti pentire anche tu. Non ricorrere all’aborto per la paura del futuro, per la mancanza di un compagno o peggio per limitare il numero dei tuoi figli!

Madre Teresa di Calcutta, che conosceva bene le sofferenze dell’umanità, disse: “Le difficoltà della vita non si risolvono eliminando la vita, ma superando insieme le difficoltà”.

Una gravidanza indesiderata crea problemi, ma non è con la soppressione di quel bambino che si trova la soluzione!

L’aborto non è una scelta, è solo una sconfitta. Senza vincitori.