DUE PESI, DUE MISURE


(cittadini di serie A e minorati di serie B)

   

Un bambino concepito da cinque mesi è così perfetto che si succhia già il pollice, esercitandosi per quando succhierà il latte della mamma. Se però ha un lieve difetto fisico, per lui non c’è scampo: la condanna a morte è sancita da una legge considerata immodificabile (grande conquista dell’umanità contemporanea!). Può solo sperare nella clemenza dei genitori, confusi però dal mito della società perfetta e dalla falsa compassione per la presunta sofferenza eterna dei “diversamente abili”. Nel frattempo lo Stato costruisce, giustamente ma ipocritamente, infrastrutture prive di barriere architettoniche…

   

Un bambino down ha lo stesso diritto di nascere di un bambino normale?

Evidentemente no se la legge concede molto più tempo rispetto ad uno sano per poterlo abortire! Difatti il limite temporale passa dal terzo al sesto mese se il feto presenta delle malformazioni, lievi o gravi che siano (art 6 della legge: “l'interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro..”).

Quindi se dopo il terzo mese concediamo alla creatura sana il diritto di vivere, a quella malata questa “nostra concessione” arriva alla fine del sesto! In barba alla rivoluzione francese si scardinano così i valori di libertà ed uguaglianza, per non dire della fraternità, teorizzando esseri umani di serie A e di serie B: quelli dentro le pance e quelli fuori, quelli portatori di handicap e quelli sani.

Analizziamo la questione.

Nessuno oggi si sognerebbe di dire che una persona minorata abbia meno diritti degli altri. Non si è mai visto qualcuno maltrattare un handicappato o un malato per motivi ideologici (se si esclude ciò che ha fatto in passato il nazismo con la meno nota strage nelle case di cura tedesche, attuata sia per salvaguardare la purezza della razza ariana sia per tagliare le spese sociali “superflue”). Le istituzioni, dal canto loro, cercano di fare il possibile per rendere più agevole la loro vita.

Però se il poveretto è ancora in pancia le cose cambiano radicalmente.

E’ riconosciuto dalla legge che sia più giusto per i genitori sbarazzarsene, anche il più tardi possibile, perché si pensa che non ci sarebbe posto per lui nella società. Per sostenere questa tesi ci si rifugia sempre dietro l’alibi ipocrita che il “bambino difettoso” sarebbe infelice di vivere in quelle condizioni, quindi è molto meglio per lui non venire al mondo. Così dei gentili signori in camice bianco, non sopportando la sua presunta futura sofferenza, lo eliminano, gettandolo poi in un bidoncino. Senza funerale né sepoltura. Con il sollievo dei genitori, vittime della “società dell’ansia”, che vedono allontanarsi il pericolo di un futuro particolarmente impegnativo. Credendo che un figlio deve essere sano, altrimenti non è un figlio!

   

Ma in base a quali parametri si misura la qualità della vita? E chi determina tali parametri? Chi ha detto che la disabilità impedisce la felicità?

Qui ci troviamo di fronte all’autorità pubblica che decide chi ha il diritto di vivere o morire, dietro la scusa dell’aborto terapeutico. Questa applicazione di due pesi e due misure dimostra solo che la nostra è una società dove i diritti umani sono una bandieruola al vento, dove per legge i diritti alla vita sono stabiliti a casaccio, in base ad una logica prettamente utilitaristica.

Poter nascere non deve essere un’opinione.

Partiamo da questo concetto quando parliamo di norme a sostegno degli handicappati. Perché il diritto alla vita è il diritto dei diritti. Senza vita non c'è alcun diritto!